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lunedì 9 febbraio 2015

Contest Chef in Love

Buongiorno a tutti,
non ho mai chiesto a nessuno di mettere like o simili per gare di cucina.
A questa ricetta però tengo particolarmente.
Quindi non è tanto per il premio in sé ma per sapere che l'Amore per una volta vince davvero.
Vi ripropongo una mia vecchia ricetta con tanto di foto e il link per cliccare sul mi piace su facebook per spingerla a vincere.
Grazie in anticipo a tutti coloro che lo faranno, ma anche soltanto a quelli che andranno a guardare.
https://www.facebook.com/socialkitchen.it/photos/a.1605175103047309.1073741838.1414821372082684/1611941119037374/?type=1&fref=nf&pnref=story



Macco di fave e finocchietto con rana pescatrice 
(piatto unico)

Ingredienti per 4 persone
350 g di fave secche
1 mazzo di finocchietto selvatico
3 spicchi di aglio
1 peperoncino
10 cucchiai di olio extravergine d’oliva (possibilmente nocellara del Belice)
1 coda di rana pescatrice
50 g di farina 00
½ bicchiere di vino bianco secco (meglio se inzolia)
1 cucchiaio di olio per saltare il pesce
16 pomodorini confit

Per il macco di fave
12 ore prima di iniziare, mettere a bagno le fave in acqua e, se con buccia, eliminarla prima della cottura.
In un’ampia pentola, versare 3 cucchiai di olio, l’aglio in camicia e il peperoncino sminuzzato.
Far insaporire a fiamma media (l’aglio non deve bruciare) ed eliminare l’aglio.
Aggiungere il finocchietto, sgranato e tritato.
Aggiungere le fave e rosolare per qualche minuto.
Coprire con acqua e cuocere per almeno 30-40 minuti.
(Se necessario, versare altra acqua nel corso della cottura, che dovrà essere a fiamma bassa-media).
Una volta che le fave saranno cotte, dovrebbero risultare già frantumate, ma per ottenere una crema densa e vellutata, aggiungere ancora un po’ di olio evo e frullare col minipimer (per non esagerare con l’olio, ci si può aiutare anche con un po’ di acqua calda).
Regolare di sale, se necessario.

Per la rana pescatrice
Eliminare la pelle e l’osso centrale.
Sfilettare la rana e ricavarne tanti cubotti.
Passare il pesce nella farina ed eliminare l’eccesso aiutandosi con un colino a maglia metallica.
In una padella, versare un paio di cucchiai di olio e far rosolare il pesce fino a doratura.
Spruzzare di vino bianco e lasiare evaporare l’alcool.
Salare e pepare se necessario e a proprio gusto.
Tenere da parte in caldo fino al momento di servire.

Per i pomodorini confit (qualora non li si avesse già a disposizione):
Pulire i pomodorini e praticare un taglio nella parte bassa della pelle (non profondo).
Portare a bollore un pentolino con l’acqua e tuffarvi dentro i pomodorini.
Dopo 1-2 minuti tirarli via.
Lasciar raffreddare.
Eliminare la pelle e tagliare a metà per svuotarli dei semi e dell’acqua di coltura.
Porre le falde di pomodorino su una teglia da forno, spolverizzarli con sale, zucchero (un cucchiaino), pepe e timo.
Infornare a 120-130° per circa un’oretta (se non resistete e decidete di accellerare i tempi portando la temperatura a 140°-150°, considerate che dovete tenere gli occhi aperti perché il rischio di bruciarli è alto).

Definizione del piatto
In un piatto fondo, porre la crema di fave calda.
Al centro predisporre i cubotti di pesce.
Attorno i petali di pomodorino confit.
Definire con un filo d’olio extravergine d’oliva (ho usato il Lorenzo n.1)


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La storia della ricetta:
Avevo solo 23 anni, un marito, una figlia, un padre, una madre, due suoceri e un cognato, un’agenzia di viaggi troppo piccola e una casa troppo grande.
Sembravo un personaggio partorito dalla mente di Italo Svevo: tutti pretendevano qualcosa da me, ma nessuno si accorgeva di cosa io avessi bisogno e, soprattutto, non riuscivo a soddisfare nessuno, nonostante i miei numerosi sforzi.
Ventiquattrore erano diventate troppo poche e, per far felici tutti, riuscivo a dormire un paio, forse tre, ore a notte, ma per il quieto vivere si fa questo ed altro.

Un giorno, nell’agenzia di viaggi, entrò un mio amico accompagnato da un ragazzo: qualcosa mi spingeva verso di lui… Io dovevo sapere chi era. In qualche modo, riuscii a vendergli quello di cui aveva bisogno e conservai il suo numero di telefono. Non c’era stato molto tempo per conoscerci: l’indomani, lui partì per andare a lavorare come cuoco in un albergo di Santorini.
Dopo tre mesi, è tornato dalla Grecia.

Erano passati 26 giorni dall’ultima volta che avevo mangiato qualcosa e non se ne era accorto nessuno.
Ventisei giorni di digiuno assoluto, mai un crampo, mai un cedimento e nessuno vedeva che ero solo il fantasma di me stessa, con quei 39 kg appena.
Non so perché l’ho fatto, ma ho scelto lui per chiedergli aiuto.
Una sola telefonata, ad uno sconosciuto, dopo mesi di silenzio, solo per dirgli: “non mangio da quasi un mese”. La risposta all’altro capo del telefono è stata: “sei in agenzia? Sto arrivando”.

Mezz’ora dopo lui era lì, accanto a me. Mi ha presa per mano e mi ha portata dal nostro amico in comune: anche il fratello di questo ragazzo era appena tornato dalla Grecia e aveva portato con sé delle fave “dolcissime – continuava Marco – sto preparando un macco che sognerai anche di notte”.
Tutte quelle persone… attorno a me… sconosciuti che si prodigavano per farmi venire voglia di portare in bocca qualcosa: finalmente qualcuno si era accorto della mia esistenza…
Fabio, il mio angelo, ha immerso un cucchiaio nella minestra e lo ha portato su, vicino alla bocca, soffiando delicatamente, come farebbe la mamma per il proprio bambino. Poi si è rivolto verso di me e ha avvicinato il cucchiaio alla mia di bocca: l’ho aperta riconoscente, come se dovessi fare la comunione. Non mi importava più niente del resto, non mi importava più niente di chi attorno a me mi stava ignorando: finalmente qualcuno si era accorto della mia esistenza!
Da allora, il macco di fave è rimasto, per me, il simbolo del ritorno in vita, della gioia della convivialità, del bisogno di ricevere e dare affetto.

martedì 1 maggio 2012

Due ricette: sandwich di riso e risotto al nero di seppie su crema di carciofi

Primo Maggio 2012.
La mia giornata è iniziata alle 4.30 a causa del gatto che ha deciso di distruggere quello che era il mio piatto preferito, quello bianco a barca.
Inutili le mie minacce di trasformarlo prossimamente in tonno di coniglio: lui sa fare quegli occhioni meravigliosi da gatto con gli stivali.
Fatto sta che mi ha sopraffatta l'ansia, la paura: insomma mi sono depressa per una sciocchezza.
Scacciare i brutti pensieri è una delle poche cose che sono riuscita a imparare nel periodo in cui sono stata seguita da persone competenti.
Così, vedendo che non riuscivo proprio a riprendermi da sola, nonostante le contrazioni e i dolori alla schiena, mi sono messa all'opera ai fornelli.
Non ero sicura del risultato, anzi, ero proprio sicura che avrei fatto delle porcherie uniche!
L'importante comunque era proprio svagarsi, concentrarsi altrove: e così sono nati i sandwich di riso, ovvero come riciclare avanzi vari.




Ingredienti per 4 sandwich
150 g di riso (quello che vi è avanzato alla fine del sacchetto)
2 cucchiai di olio
mezza robiola
un pugno di grana grattugiato
mezzo litro di brodo (con i soliti sedano, carota, cipolla)
un cucchiaio di "strattu" di pomodoro (va bene il triplo concentrato)
2 cucchiai di pesto di fave e pecorino*
1 pezzetto di primosale
1 pezzetto di pecorino al pepe
1 fettina di prosciutto crudo
5 gamberi rosa
finocchietto
menta
origano o maggiorana
poco olio per il padellino

*Ingredienti per il pesto di fave (ve ne avanzerà: si conserva anche in freezer)
250 g di fave già sgranate e spellate
50 g di pecorino romano
30 g di pinoli
1 aglio fresco
olio evo qb

mixare fave + aglio; aggiungere olio, pinoli e pecorino in sequenza.

Procedimento per i sandwich
Riscaldare l'olio in pentolino e lasciar tostare il riso.
Quando inizia a sfrigolare, bagnare un mestolo alla volta, a fiamma bassa, lasciando che si assorba.
Poco prima del termine della cottura (meglio lasciare il riso bene al dente, visto che subirà almeno un'altra cottura), mantecare con la robiola e il grana.
A questo punto, dividere in tre il riso(tto).
Una parte mantecarla ancora con il pesto di fave e qualche fiocco di finocchietto.
Un'altra con lo "strattu".
La terza lasciarla in bianco.

Preparare un coppapasta rotondo da poggiare su carta stagnola (o anche carta forno se si preferisce).
Riempire la base del coppapasta con il riso bianco, riempirlo con qualche fettina di formaggio + la fetta di prosciutto crudo. Ricoprire con una seconda cucchiaiata di riso bianco. Richiudere nella carta.
Pulire il coppapasta dal riso in eccesso e ripetere l'operazione con il riso verde: base di riso verde, qualche pezzetto di formaggio + i gamberi sgusciati, richiudere con altro riso verde e chiudere nella carta.
E ancora per la terza volta: base di riso rosso, formaggio, chiudere con altro riso e finire nella carta.
Con il riso avanzato, si può fare un ultimo sandwich versione bandiera italiana: base verde, formaggio chiaro al centro, copertura rossa.
Mettere tutto in freezer lasciando rassodare per bene.

Preparare un padellino e bagnarlo con poco olio.
Tostare i sandwich da entrambi i lati lasciando il centro ancora freddo.
Posizionare i sandwich di riso in forno riscaldato a 180° con grill acceso al minimo e lasciar terminare la cottura.
Definire con foglioline di aromi a piacere.

Con questa ricetta, partecipo alla sezione antipasti del contest di Ely 



Ma non finisce qui!
Qualche giorno fa, appositamente per questo contest, ho creato anche un risotto, ma non ho avuto tempo per poterlo pubblicare.
Ecco quindi che ve lo presento.
Niente di incredibilmente laborioso, ma l'abbinamento è ottimo e i prodotti di stagione.



Ingredienti per 4 persone
due cucchiai di olio evo + qb
250 g di riso vialone nano
1/2 bicchiere di vino bianco secco
6 carciofi (gambo + cuore)
una decina di gamberi rosa
1 litro di brodo di pesce (il mio è stato ricavato da resti di rana pescatrice, un paio di rami di finocchietto, cipolla, sedano, carota)
acqua e limone per i carciofi
due mestoli di sugo al nero di seppia*
qualche ramo di finocchietto selvatico
olio per friggere
burro acido per mantecare

Preparazione
Scaldare l'olio extravergine nella risottiera in rame.
Tostare il riso fino a quando non inizia a sfrigolare e sfumare col vino bianco.
Quando questo sarà evaporato, continuare a versare mestoli di brodo caldo e lasciar insaporire.
Nel frattempo, bollire i gambi puliti dei carciofi (è bene eliminare la parte esterna troppo filamentosa).
Salarli e frullarli, tenendo da parte (se necessario aggiungere olio evo per acquisire la giusta intensità).
Eliminare le bucce esterne dei carciofi fino a mantenere solo il cuore.
Tagliarli a fettine molto sottili e passarli in acqua e limone per evitare che anneriscano.
Preparare una padella con olio e friggervi dentro i carciofi.
Nel frattempo, iniziare a versare il sugo di nero di seppia assieme al brodo di pesce per lasciar insaporire e colorare il risotto. Per terminare, i gamberi.
Togliere dal fuoco e mantecare col burro acido.
Impiattare ponendo al centro il risotto al nero, con la base di crema di gambo di carciofo e definire il piatto con le foglie di carciofo fritte.
A piacere si può aggiungere del peperoncino, ma poco!

*sugo al nero di seppie
4 seppie
3 grosse cipolle
2 spicchi d'aglio
mezzo bicchiere di olio evo
1 cucchiaio di "strattu"
1/2 bicchieri di vino bianco

Pulire le seppie, conservando le sacche interne.
Tagliare a strisce le teste e a pezzi i tentacoli.
Tritare la cipolla e farla rosolare.
Aggiungere le seppie nel tegame con la cipolla.
Sfumare col vino.
Aggiungere u strattu sciolto in un po' di acqua o brodo.
Quasi a termine di cottura, aggiungere le sacche aprendole e mescolare per bene.
A piacere insaporire con peperoncino.

Anche con questa ricetta partecipo al contest di Ely nella sezione primi piatti.







lunedì 30 aprile 2012

Pavlova oh mia pavlova! (Viaggio in New Zealand o Australia)



Buon Lunedì a tutti voi!
Avrete notato che non ho mai (anzi no, una volta sì) partecipato a contest vari sparpagliati in rete.
Eppure ce ne sono un paio che mi hanno incuriosita e ho deciso di fare uno strappo alla regola :D
Anche perché - diciamocelo - sono fortemente annoiata a stare a casa a non fare nulla di nulla.
Non potrò cimentarmi in chissà quali ricette megagalattiche, ma cercherò di regalarvi qualcosa di buono e facilmente riproducibile.
Il primo contest a cui voglio partecipare è quello di laura, "il giro del mondo in 80 e più ricette".
Idea molto carina a mio avviso e un blog con ricette molto interessanti (ho già deciso che, appena mi rimetterò in piedi a tutti gli effetti, le voglio provare tutte!).
Ma parliamo della ricetta che ho scelto: la pavlova.
Per risalire alle origini di questa torta, bisogna andare indietro fino agli anni 20 dello scorso secolo, quando la ballerina Anna Pavlovna Pavlova si è recata in tour in giro per l'Australia e la Nuova Zelanda. Entrambe le nazioni rivendicano la paternità della torta: inizialmente era stato attribuita a Bert Sachse (Perth 1935); successivamente pare che la preparazione attuale sia molto più simile a quella neozelandese del 1929. Ed ancora, uno studioso della vita dell'omonima ballerina, Keith Money, attribuisce la creazione del dolce ad uno chef di Wellington nel 1926.
Ancora più discussa è la ricetta: c'è chi usa meringa e crema, chi ci mette il gelato, chi mousse al caffè o al cioccolato (anche bianco), facendola somigliare ad un vacherin.
Le basi però sono indiscutibilmente meringa + panna + kiwi e fragole ed è proprio questa versione che ho scelto io, cercando di rimanere il più possibile fedele alla ricetta base.

La mia pavlova
Ingredienti
3 albumi
100 g di zucchero fino (io ho usato l'organic raw cane sugar e l'ho macinato per renderlo fine)
1 cucchiaio e mezzo di amido di mais
1/2 stecca di vaniglia (o un cucchiaio di estratto)
1 cucchiaino di cremor tartaro
1 cucchiaio di aceto bianco
150 ml di panna da montare
1 cestino di fragole
3 kiwi

Preparazione
Riscaldare il forno a 200°.
Nel frattempo, montare a neve ferma gli albumi, aggiungendo lentamente lo zucchero e infine il cremor tartaro, l'amido di mais, la vaniglia e l'aceto bianco.
Abbassare la temperatura del forno a 100°.
Riempire una sac a poche della meringa cruda.
Stendere sulla placca da forno il foglio di silicone oppure la carta forno (in questo caso spolverizzare con un po' di amido di mais).
Formare delle mini tortine di modo che assomiglino a dei contenitori (dovranno essere riempite di panna montata). Aiutarsi, in caso, con un cucchiaio per ottenere il risultato voluto.
Precisazione: la pavlova dovrebbe essere una torta alta 8 cm e larga 20 cm di diametro. Ho scelto di farle in monoporzione per potermi ingozzare in un unico boccone.
Lasciare cuocere le meringhe in forno per circa un'ora (la crosta esterna deve risultare croccante e il più chiara possibile).
Quando saranno pronte, spegnere il forno e lasciar raffreddare con sportello semi aperto (la ricetta originale dice di attendere anche 12 ore ed io ho eseguito).
Passato il tempo di stasi della meringa, montare la panna a neve ferma e con l'aiuto della sac a poche, riempire le meringhe.
Decorare a piacere con kiwi e fragole e servire.



"Con questa ricetta partecipo al contest 
in collaborazione con Tec-Al.”